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Un anno dopo, Twitter è ancora Twitter. E forse su X possiamo mettere una croce sopra

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“Io continuerò a chiamarlo Twitter”, aveva scritto lo youtuber MKBHD alla conferma che la piattaforma avrebbe davvero cambiato il nome in X. “Non per molto”, gli aveva risposto Elon Musk. E invece.

E invece, a un anno da quel 12 aprile in cui il cambio di nome venne annunciato, la stragrande maggioranza fa come diceva MKBHD e pochissimi fanno come voleva Musk. Quasi nessuno usa X per riferirsi a Twitter. E appunto quasi tutti continuano a chiamarlo Twitter.

twitter: il cinguettio di MKBHD sul cambio di nome

Quello che si trova online cercando twitter su Google: i riferimenti al nome storico sono ancora evidenti anche sul sito ufficiale

Quello che si trova online cercando twitter su Google: i riferimenti al nome storico sono ancora evidenti anche sul sito ufficiale 

Se nemmeno X usa X per parlare di X

È una cosa che online si percepisce chiaramente, anche se di conferme oggettive ce ne sono poche, perché è difficile capire con i numeri chi preferisca X a Twitter e misurare precisamente le performance online di una (non) parola come X. È complicato pure usando strumenti solitamente efficaci come Google Trends, che appunto permette di rilevare l’interesse per uno o più termini di ricerca, anche mettendoli a confronto fra loro. E questa difficoltà fa esattamente parte del problema.

Quel che è certo è che twitter è stata la 19esima parola più digitata su Google nel mondo il mese scorso e la 29esima negli Stati Uniti, mentre di x non c’è traccia in nessuna delle due Top 100. C’è questo e ci sono tante, tante, tantissime sensazioni, che iniziano proprio dove i cambiamenti sarebbero dovuti essere inderogabili, cioè sul sito della piattaforma. Ancora oggi, mesi, mesi e mesi dopo l’annuncio di Musk, il sito di X non è x.com ma è twitter.com. È vero che ufficialmente l’indirizzo è x.com e che per i pochi che passano da lì viene fatto un immediato redirect su twitter.com, ma anche è vero che dopo tutto questo tempo si poteva fare una diversa scelta, e prendere una diversa presa di posizione, lasciando tutti su x.com. Non solo: gli strumenti per la condivisione o l’embed dei tweet sono raggruppati sotto la sezione Twitter Publish, la stessa compagnia chiama Tweet Deck ancora Tweet Deck e nelle comunicazioni via mail agli utenti si riferisce a se stessa come “X (in precedenza Twitter)”, evidentemente consapevole che questo cambio di nome non sta andando come previsto. O forse sta andando esattamente come previsto, che però non è come desiderava Musk.

La stessa formula “X (in precedenza Twitter)”, o alcune sue varianti, è quella usata dalla stragrande maggioranza dei siti di informazione, sia per fare capire ai lettori di che cosa parlano sia perché la (non) parola X è pessima per comporre un titolo e anche per farsi indicizzare dai motori di ricerca. In generale, Twitter resta vivo nel linguaggio delle persone, che continuano a cercarlo su Play Store e App Store, a parlare di tweet (vocabolo entrato nella Treccani nel 2018), retweet e twittare, ed evidentemente a preferirlo: qualche mese fa, un sondaggio pubblicato su Twitter da un account con quasi 4 milioni di follower confermò che il 95% degli utenti usava il vecchio nome per riferirsi alla piattaforma nei discorsi con altre persone.

twitter: il sondaggio su Twitter o X

Perché è stata una brutta idea, due volte

Lo scorso ottobre avevamo inserito il cambio di nome fra le 5 mosse con cui Musk aveva rotto Twitter in meno di un anno, scrivendo che chiunque abbia anche solo qualche minima nozione di marketing sa che è tendenzialmente un errore cancellare un nome, un marchio e un logo che le persone hanno imparato a conoscere e amare per oltre 15 anni. È strategicamente sbagliato: a meno di stravolgimenti epocali, difficilmente Adidas, Coca-Cola o Nike sceglieranno di farsi chiamare in altro modo. E se lo faranno, lo faranno in modo più intelligente e furbo.

Proprio nel mondo della tecnologia ci sono fra l’altro un paio di esempi utili per capire questa cosa: è vero che nel 2015 Google è diventata Alphabet e che nel 2021 Facebook è diventato Meta, ma c’è una differenza importante con l’operazione X. Una differenza fondamentale: i nomi Google e Facebook non sono spariti, semplicemente sono stati inclusi in compagnie più grandi. Ma sono rimasti vivi, perché né Larry PageMark Zuckerberg si sarebbero mai sognati di buttare via la notorietà acquisita nel tempo. Questo è invece esattamente quello che ha fatto Musk, e questo è stato il suo primo errore.

Il secondo errore è stato scegliere il nome peggiore possibile fra tutti i nomi che si potevano scegliere (e poco importa l’affetto infantile che Musk prova per la terzultima lettera dell’alfabeto): X non è una parola, è poco indicizzabile dai motori di ricerca, è difficile da trovare online senza imbattersi in Xbox, Windows XP, il videogioco XCOM o il porno, ha tendenzialmente un significato negativo, fra riferimenti alla morte, all’oblio, all’incapacità di scrivere, e soprattutto non è declinabile in alcun modo. Che piaccia o meno ai puristi della lingua, si può twittare e ritwittare, si può googlare, instagrammare e pure whatsappare (catalogato dalla Crusca sin dal 2011), ma non si può icsare qualcosa. Tant’è che i tweet sono diventati post, buttando via un’altra caratteristica che rendeva Twitter unico fra tutti i social network: avere un nome solo suo per i contenuti condivisi.

Nella storia recente è onestamente difficile trovare un’operazione altrettanto infelice nel campo del naming: forse è pure peggio del cambio di nome di Prince, che aveva almeno la giustificazione di essere stato costretto a farlo per ragioni di copyright. Il cantante di Minneapolis impiegò una decina d’anni per tornare sui suoi passi, ma a Musk potrebbe servire ancora meno, se seguisse un consiglio che gli diamo gratis: crei una nuova compagnia, la chiami X e ci metta dentro tutte le sue aziende, da Tesla a SpaceX, da Neuralink a The Boring Company. Ci metta dentro anche Twitter, che finalmente tornerà a chiamarsi come dovrebbe chiamarsi. Come lo chiamano tutti, insomma.

@capoema

 

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