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Bob Marley – One Love

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Recensione di
Emanuele Sacchi

venerdì 9 febbraio 2024

Tra il 1976 e il 1978 Robert Nesta Marley, detto “Bob”, vive anni intensi, in un’alternanza di grandi gioie e momenti dolorosi. La scelta di indire un concerto a Kingston per riappacificare i due principali partiti politici di Giamaica si rivela ancor più pericolosa delle aspettative: Bob e la moglie Rita subiscono un attentato, ma, benché feriti, riescono a sopravvivere. Bob lascia quindi temporaneamente la Giamaica per trovare rifugio a Londra, dove ad accoglierlo, con curiosità mista ad ammirazione, c’è il popolo punk. Il ritorno in patria sarà da trionfatore e pacificatore.

Il biopic musicale è da sempre un genere fortunato sul piano del pubblico e inviso alla critica cinematografica. La ragione è semplice: troppo inquinamento da fan service, una fastidiosa tendenza all’agiografia del soggetto artistico.

Ma soprattutto una tendenza perniciosa ad adagiarsi su stereotipi e situazioni ricorrenti, schematiche e enfatiche, come a evidenziare sul piano emotional ogni passaggio cruciale della biografia Wikipedia. Rarissimo che si scavi nell’anima dell’artista e si sperimenti un approccio inconsueto alla materia: le eccezioni sono rarissime, viene in mente Control di Anton Corbijn o a suo modo The Doors di Oliver Stone, caposaldo del genere.

Bob Marley, amatissimo ieri come oggi, era pericolosamente indiziato di possibile agiografia e Reinaldo Marcus Green chiarisce in poco tempo quale sarà il tono di Bob Marley: One Love.
Purtroppo tutti i cliché di cui sopra si ritrovano puntualmente nel film di Green: chi cerca una ricostruzione fedele della vita di Bob Marley resterà deluso al pari di chi cercherà semplicemente di vedere un buon film. Green non trasmette mai la volontà di scegliere cosa privilegiare e cosa trascurare della parabola di Marley. Procede per accumulo o per inerzia, senza timone.

Sappiamo che Marley amava giocare a calcio? Ecco che la sceneggiatura lo posiziona in maglietta e pantaloncini in ogni occasione possibile, secondo una modalità repetita iuvant. A volte Bob Marley: One Love sembra rivolgersi al target a cui pensava Silvio Berlusconi – “un undicenne, neanche troppo sveglio” – per come ribadisce concetti elementari su Bob, sulle sue abitudini e sul suo rapporto con Rita.



C’è una cadenza regolare, quasi algoritmica, nell’alternanza di litigi e ricomposizioni, o dei brani musicali e le performance live che inframmezzano la trama. Niente di tutto ciò ha il potere di calare lo spettatore nel contesto diegetico, niente riesce ad allontanare dalla fastidiosa sensazione di una ricostruzione fittizia e appena sgrezzata, portando a dimenticare quanto di interessante si era riscontrato nel debutto di Green, King Richard.

Le contraddizioni di Marley, eroe del popolo, rivoluzionario e pacifista, ma marito e padre discutibile, sono sempre affrontate con tale superficialità da non comportare alcuna presa di posizione. Primo non rischiare, sembra pensare Green. I traumi marleyani sono riservati a breve sequenze oniriche che coinvolgono la figura paterna, con immagini di rara banalità.

Si apprezza lo sforzo di mimesi di Kingsley Ben-Adir, che ha studiato meticolosamente le movenze di Marley e il patois giamaicano con le sue tipiche inflessioni. Riprodurre le movenze di un artista senza mai compiere il transfert con il personaggio, però, non significa catturarne lo spirito. Significa solo praticare del cosplaying.


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